Sapri

L' eroe Carlo Pisacane

Sapri

L' eroe Carlo Pisacane

Testamento politico di Pisacane
Poco prima della spedizione di Sapri, il Testamento politico fu consegnato da Pisacane alla giovane giornalista inglese Jessie White. Il testo si caratterizza per un radicale rifiuto delle soluzioni moderate (liberali e monarchico-costituzionali). A fianco di una concezione socialista, basata sull' analisi delle leggi che regolano l' economia e la societá, incontriamo una rinnovata insistenza sull'azione. In tal modo, Pisacane si avvicinó di nuovo a Mazzini, da cui si era allontanato perché il genovese rifiutava a priori il principio della lotta di classe e l'idea di abolire la proprietá privata.

Genova, 24 giugno 1857, Vigilia dell'imbarco per Sapri
Nel momento d'intraprendere un'arrischiata impresa, voglio manifestare al paese le mie opinioni, onde rimbeccare la critica del volgo, corrivo sempre ad applaudire i fortunati e maledire i vinti.

I miei principi politici sono abbastanza noti; io credo che il solo socialismo, ma non giá i sistemi francesi informati tutti da quell'idea monarchica e dispotica che predomina una nazione, ma il socialismo espresso dalla formola Libertá ed Associazione, sia il solo avvenire non lontano dell'Italia, e forse dell'Europa: questa mia idea la ho espressa in due volumi, frutti di circa sei anni di studio; non condotti a forbitura di stile per mancanza di tempo, ma se qualche mio amico volesse supplire a questo difetto e pubblicarli, gliene sarei gratissimo. Sono convinto che le ferrovie, i telegrafi, il miglioramento dell'industria, la facilitá del commercio, le macchine ecc. ecc., per una legge economica e fatale, finché il riparto del prodotto, é fatto dalla concorrenza, accrescono questo prodotto, ma l'accumulano sempre in ristrettissime mani, ed immiseriscono la moltitudine; eppercio questo vantato progresso non é che regresso; e se vuole considerarsi come progresso, lo si deve nel senso che, accrescendo i mali della plebe, la sospingerá ad una terribile rivoluzione, la quale, cangiando d'un tratto tutti gli ordinamenti sociali, volgerá a profitto di tutti quello che ora é volto a profitto di pochi. Sono convinto che l'Italia sará libera e grande oppure schiava: sono convinto che i rimedi necessari come il reggimento costituzionale, la Lombardia, il Piemonte, ecc. ecc., ben lungi dall'avvicinarla al suo risorgimento, ne l'allontanano; per me non farei il minimo sacrificio per cangiare un Ministro, per ottenere una costituzione, nemmeno per cacciare gli Austriaci dalla Lombardia ed accrescere il regno Sardo: per me dominio di Casa Savoia o dominio di Casa d'Austria é precisamente lo stesso. Credo eziandio che il reggimento costituzionale del Piemonte sia piú dannoso all'Italia che la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall'altro che la propaganda dell'idea é una chimera, che l'educazione del popolo é un assurdo. Le idee risultano dai fatti non questi da quelle, ed il popolo non sará libero quando sará educato, ma sará educato quando sará libero. Che la sola opera che puó fare un cittadino per giovare al paese é quella di cooperare alla rivoluzione materiale; eppero cospirazioni, congiure, tentativi, ecc., sono quella serie di fatti attraverso cui l'Italia procede verso la sua meta. Il lampo della baionetta di Milano fu una propaganda piú efficace di mille volumi scritti dai dottrinari, che sono la vera peste del nostro, come di ogni paese.

Alcuni dicono che la rivoluzione deve farla il paese: ció é incontestabile. Ma il paese é composto d'individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai; invece se tutti dicessero: la rivoluzione dee farla il paese, di cui io sono una particella infinitesimale, e per ho anche la mia parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe immediatamente gigante. Si potrá dissentire dal modo, dal luogo, dal tempo di una congiura, ma dissentire dal principio é assurdo, é ipocrisia, é nascondere un basso egoismo. Stimo colui che approva il congiurare e non congiura egli stesso: ma non sento che disprezzo per coloro i quali non solo non vogliono far nulla, ma si compiacciono nel biasimare e maledire coloro che fanno. Con tali principi avrei creduto mancare a un sacro dovere, se vedendo la possibilitá di tentare un colpo in un punto, in un luogo, in un tempo opportunissimo, non avessi impiegato tutta l'opera mia per mandarlo ad effetto. Io non ispero, come alcuni oziosi mi dicono per schermirsi, di essere il salvatore della patria. No: io sono convinto che nel Sud la rivoluzione morale esista: sono convinto che un impulso, gagliardo pu sospingerla al moto, epper il mio scopo, i miei sforzi sonosi rivolti a mandare a compimento una congiura, la quale dia un tale impulso: giunto al luogo dello sbarco, che sará Sapri nel principato citeriore, per me, é la vittoria, dovessi anche perire sul patibolo. Io individuo, con la cooperazione di tanti generosi, non posso che far questo e lo faccio: il resto dipende dal paese e non da me. Non ho che i miei affetti e la mia vita da sacrificare a tale scopo e non dubito di farlo. Sono persuaso che se l'impresa riesce, avró il plauso universale; se fallisce, il biasimo di tutti: mi diranno stolto, ambizioso, turbolento, e molti, che mai nulla fanno e passano la vita censurando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo i miei errori, mi daranno la colpa di non essere riuscito per difetto di mente, di cuore, di energia... ma costoro sappiano ch'io li credo non solo incapaci di far quello ch'io ho tentato, ma incapaci di pensarlo. A coloro poi che diranno l'impresa impossibile, perché non é riuscita, rispondo, che simili imprese se avessero l'approvazione universale non sarebbero che volgari. Fu detto folle colui che fece in America il primo battello a vapore; si dimostrava piú tardi l'impossibilitá di traversare l'Atlantico con essi. Era folle il nostro Colombo prima di scoprire l'America, ed il volgo avrebbe detto stolti ed incapaci Annibale e Napoleone, se fossero periti nel viaggio, o l'uno fosse stato battuto alla Trebbia, e l'altro a Marengo.

Non voglio paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un testo comune con esse; la mia disapprovazione universale prima di riuscire e dopo il disastro, e l'ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone, prima di partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea. Napoleone aveva il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera quanti affetti e quante speranze ha con sé la rivoluzione italiana; combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione italiana.

Riassumo: se non riesco, dispregio profondamente l'ignobile volgo che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita. Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della mia coscienza, e nel cuore di quei cari e generosi amici, che hanno cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun bene frutterá all'Italia il nostro sagrificio, sará sempre una gloria trovar gente che volonterosa s'immola al suo avvenire.

La triste vicenda del Pisacane resta ancora oggi immortalata nei delicati e semplici versi de "La spigolatrice di Sapri" del poeta patriottico Luigi Mercantini: "...Eran trecento e non vollero fuggire, parean tre mila e vollero morire; ma vollero morir col ferro in mano, e avanti a loro correa sangue il piano: fin che pugna vid'io per lor pregai, ma un tratto venni men, né piú guardai: io non vedea piú fra mezzo a loro quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro. Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!".

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